Nel 2017 l’aumento record di consumo di suolo nel Cuneese: 76,73 ettari

30.07.2018

 

 

 

 

 

CUNEO - Lo scorso anno nella Granda sono stati “consumati” 76,73 nuovi ettari di terreno (su un totale di 416 ettari in più in tutto il Piemonte). Significa 767.300 metri quadri, con una media allarmate di più di 2 mila metri quadri al giorno che sono “spariti” tra capannoni e palazzi, nuovi campi destinati all’agricoltura, ma anche strade, parcheggi, rotonde. Nella Granda ci sono 12 città e paesi che hanno oltre il 15% del loro suolo occupato, dalla pianura alla Langa. Il primato va a Borgo San Dalmazzo (21,16%), seguita da Alba (18,96%), Grinzane Cavour (18,48%), Torre San Giorgio (16,71%), Santa Vittoria (16,46%), Piobesi (16,32%), Bra (16,17%), Cuneo (16%), Castagnito (15,90%), Vignolo (15,83%) e Guarene (15,41%). Percentuali comunque ancora lontane dai grandi centri urbani; per fare un esempio Torino, che ha più o meno la stessa superficie di Cuneo e una popolazione 16 volte maggiore, è al 65% di suolo occupato. Inoltre la media cuneese dell’incremento di suolo occupato è stata lo scorso anno del 5,4%, meglio della media regionale (6,9%) e italiana (7,6%).I dati nazionali su questo fenomeno sono stati illustrati a Roma, nella sede della Camera dei Deputati, a cura dell’Ispra, l’istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale. I ricercatori hanno parlato di “fenomeno inarrestabile nonostante la crisi economica”: in Italia in media vengono occupati due metri quadri in più al secondo. Non solo: in questo consumo vertiginoso persano molto anche le grandi opere pubbliche. Nel Cuneese è come se fosse stata sottratta nell’ultimo anno al normale ciclo naturale un’area pari a 32 piazza Galimberti tutte insieme. Gli aumenti record nel 2017 sono stati a Cherasco (10,8 ettari occupati lo scorso anno), poi tre città (a Cuneo 5,93 ettari, a Bra 5,31 e a Fossano 4,65) e Roccavione (3,83 ettari). In quest’ultimo caso il sindaco Germana Avena ha chiesto a Roma una relazione per sapere su che base il calcolo sia stato effettuato. Ci sono poi una decina di Comuni, su 250, che registrano invece il segno meno: le superfici maggiori liberate sono state a Saluzzo (1,81 ettari in meno), Barolo (1,64) e Demonte (0,85).L’istituto di ricerca Ispra spiega che tutto il nuovo suolo consumato “ha un costo di circa un miliardo di euro per l’Italia se si prendono in considerazione solo i danni provocati, nell’immediato, dalla perdita della capacità di stoccaggio del carbonio e di produzione agricola e legnose degli ultimi 5 anni”.Il tema non a caso è sempre più al centro dell’attenzione della politica a tutti i livelli. I nuovi concetti sono “riuso” e “saldo zero” per tentare di rallentare il ritmo di sviluppo delle nuove costruzioni. Che entro il 2050, come imposto dall’Unione Europea e come avviene in alcuni paesi del Nord Europa, deve arrivare a “consumo zero”. Ovvero in caso di nuovi terreni occupati altri vanno ripristinati. A fine giugno il senatore Pd Mino Taricco, con altri colleghi, ha presentato un disegno di legge per contenere il consumo di suolo. Obiettivo: la riduzione progressiva del consumo almeno del 15% ogni tre anni. Con alcuni incentivi per il recupero del patrimonio verde ed edilizio. Sul tema di sta muovendo da tempo anche la Regione Piemonte, con l’assessore regionale all’Urbanistica Alberto Valmaggia, che spiega: “Per rallentare o arrivare a bloccare il consumo si deve favorire il riutilizzo di terreni già compromessi. C’è un disegno di legge regionale che è stato già adottato dalla Giunta Chiamparino ed ora è al vaglio della commissione urbanistica”. Il voto dell’aula di Palazzo Lascaris a Torino dovrebbe essere in autunno: il disegno di legge non prevede stanziamenti di risorse, ma nuove norme (meno burocrazia, più responsabilità ai Comuni, un “premio” per costruire più cubatura fino al 20% sulla stessa superficie già usata) per recuperare edifici vecchi non tutelati dalla Sovrintendenza, cioè senza un valore storico o architettonico. Un esempio sono le costruzioni dal Dopoguerra agli Anni ’70, quando le periferie si sono ingigantite a dismisura: oggi ci sono costruzioni inefficienti non solo dal punto di vista energetico, che vanno ristrutturate e recuperate. Un altro disegno di legge dell’assessorato all’Urbanistica prevedeva poi lo stop al consumo di suolo nuovo ma è stato “bocciato” dagli enti locali (che non voglio rinunciare ai soldi degli oneri di urbanizzazione) e contestata dal centro destra in Consiglio regionale, spiegando che una legge piemontese sarebbe inutile senza una “cornice” fornita da una nuova legge nazionale. Claudio Bonicco, presidente dell’Ordine provinciale degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori, aggiunge: “Il nuovo suolo consumato solo in minima parte è legato a case e uffici: molti sono nuovi terreni agricoli, strade e opere pubbliche. La legge urbanistica nazionale che regola tutto il settore risale al 1942: un sistema di strumenti e azioni pensato in un mondo che era completamente diverso, basato su città in espansione e un paese devastato dalla guerra. Il tema del consumo di suolo va trattato all’interno della riforma sul governo del territorio. Il riuso si fa solo se ci sono strumenti e condizioni. La giungla di capannoni e villette avveniva perché conviene costruire su suolo nuovo. Servono regole nuove, si deve arrivare al concetto di rigenerazione urbana, ovvero costruire senza occupare nuovo suolo, così passa l’idea del “saldo zero”: riqualificare quanto esiste, recuperare i suoli già compromessi. Ma gli strumenti di legge e urbanistici attuali sono del tutto inadeguati”. Lorenzo Boratto

 

 

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